Made Kaek

Denpasar 1967

Made Kaek

Made Kaek dipinge le creature dell’invisibile: forme nate dal subconscio che non chiedono di essere spiegate, ma ascoltate...

Made Kaek è un artista balinese la cui ricerca si muove in una zona sospesa tra subconscio, memoria e realtà vissuta. Nato e cresciuto a Bali, inizia a disegnare con continuità alla fine degli anni Ottanta durante gli anni di studio a Yogyakarta. Pur essendo iscritto alla facoltà di giurisprudenza, comprende presto che la disciplina del diritto non corrisponde alla sua dimensione interiore: l’arte diventa così una necessità esistenziale, prima ancora che una scelta professionale.

Il suo linguaggio visivo nasce dall’intuizione. Made Kaek non parte da un racconto definito o da un concetto prestabilito, ma da una forma, da una figura, da una presenza immaginata che affiora quasi improvvisamente. Solo in un secondo momento il significato prende corpo. Le sue opere, spesso popolate da creature ambigue, non pienamente umane né animali, invitano lo spettatore a sostare nell’incertezza e a interrogare ciò che vede senza cercare una risposta univoca.

Le figure di Made Kaek possono apparire enigmatiche, talvolta inquietanti, ma custodiscono una dimensione profondamente emotiva. Sono presenze interiori, custodi umili, riflessi del sé, immagini che chiedono di essere avvicinate senza giudizio. Colori non naturalistici, corpi deformati, volti sfuggenti e forme amorfe costruiscono un universo aperto, in cui il significato resta mobile e la curiosità rimane viva.

Il suo studio, Rumah Paros, ricavato dalla casa un tempo vuota della madre, è oggi uno spazio vitale in cui pittura, scrittura, conversazione e quotidianità si intrecciano. Dopo una grave malattia affrontata nel 2012, l’arte per Made Kaek è diventata inseparabile dalla sopravvivenza, dalla guarigione e da una più consapevole adesione alla vita. La sua opera non mira semplicemente a produrre immagini, ma a rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto: tensioni interiori, memorie, presenze, miracoli e forze invisibili..


Il piccolo Madaudo disegnava arrampicandosi sul monumentale armadio di famiglia, ci trascorreva giornate intere. E a chi domandava «Ma Beppe?... dov’è Beppe?»… la mamma seria rispondeva «È andato sulla luna… tornerà…»

La luna sarà il luogo del mistero e dell’assenza di Beppe Madaudo in questi ultimi lunghi anni, un’assenza costellata da mostre e appuntamenti internazionali. In Germania (Amburgo); Svizzera (Will); Francia (Arles); Giappone (Takayama dove si dice abbia vissuto nel Palazzo della Venerabile Keysu Okada) e Stati Uniti (New York). Altrettanto numerose le tappe in Italia, ognuna accompagnata da storie e qualche leggenda: Conegliano Veneto; Prato; Milano; Roma; Lecce; Palermo; Piazza Armerina; Orvieto. Anche in queste occasioni Madaudo compare poco, sempre di sfuggita. Si dice che andasse e venisse dalla luna, dove si raduna e ritrova ciò che si perde. Fatto sta che ora è qui, in questa finestra della Galleria – né terra né luna – deciso a rimanervi con le sue opere e la loro forza magnetica.

Madaudo stende impasti desueti come gesso di Bologna e colla di coniglio. Dalla pittura antica recupera gesti pazienti e un’applicazione puntigliosa. Incisioni, intarsi, colori e tratti decisi. Un lavoro intenso che infonde nelle figure, mentre la lamina d’oro lo trascina un passo alla volta fuori dal tempo.

La luna scompare, completa la sua rivoluzione per poi riapparire. E del felice ritorno da questo vagare, come scrive Luigi Russo – il solo che in più occasioni ha visto Madaudo al lavoro – resta «l’incanto dei quadri, che stanno davanti a noi come linfe di vita, purissime testimonianze immaginative». Tutto in attesa della prossima rivoluzione.